Se dovessi riassumere quest’anno in 3 parole, sarebbero: coliving, coworking e raggaeton.
Un anno fa mi ritrovavo in una pessima situazione. A Giugno mi ero lanciata tutta entusiasta in un trasloco con due amici che conoscevo già, ed un terzo coinquilino che avevo forse visto una volta. Ci eravamo trasferiti a Cullera, un piccolo paesino vicino a Valencia. Ci eravamo poi spostati a Gandìa, tra Valencia e Alicante. Inutile dire che la prima lezione da apprendere è non trasferirti con degli Italiani se vuoi imparare lo Spagnolo. Dopo 4 mesi in Spagna, era abbastanza imbarazzante non saper ancora rispondere alla cassiera.
Tuttavia, da sola non avrei avuto il coraggio di trasferirmi oltremare, quindi ì le cose dovevano andare così.

Dopo quattro mesi di convivenza, l’ambiente in casa era a dir poco invivibile. Non c’era più un briciolo di entusiasmo in quell’avventura: solo ansia, tensioni e discussioni del tutto immotivate. Ci ho messo decisamente troppo ad accettarlo, ma era giunto il momento di venire via.
“Leave the situation, change the situation, or accept it. Everything else is madness.” – Eckhart Tolle

Tornare in Italia non era un’opzione. Ero una giovane freelancer e credevo nella possibilità di sostenermi ovunque volessi andare. Certo, le spese sarebbero state più alte, così come la pressione di pagare un affitto da sola. Ma sapevo che, qualunque sfida sarebbe arrivata, mi avrebbe solo aiutata a crescere.
Così mi sono messa al computer. Ho considerato mille città, ma gira e rigira tornavo sempre all’idea di Barcellona. Tutti me ne parlavano bene. Sembrava davvero “la New York della Spagna.”
Solo che… Costava tantissimo.

La situazione in casa era davvero brutta e io avevo piuttosto fretta di andarmene. “Dai, facciamolo.”
Prenotai una camera doppia in un coliving. Aveva tutto: aria condizionata, bagno privato, pulizie comprese. Prima di quella settimana non sapevo nemmeno che i coliving esistessero. L’avevo trovato cercando online qualcosa del tipo “residence per nomadi digitali” e contattando tutti i posti che venivano fuori.
Mi avevano accettata e ricordo benissimo il momento in cui vidi quella mail. Ero fuori casa e volevo piangere dalla gioia. Ho scritto ai miei e loro mi hanno videochiamata mentre ero alla fermata dell’autobus. Mi ero anche comprata un alfajor al dulce de leche per festeggiare.

Insomma, Barcellona mi sembrava un sogno. Scesa alla stazione dei treni, mi guardavo attorno e vedevo solo giovani. Gente di tutte le culture, vestiti in qualsiasi modo, correndo, andando a lavoro, ridendo, chiacchierando. Ero estasiata.
Con ben poca nonchalance mi sono diretta alla coda dei taxi. Quella notte dormivo in hotel perché il check-in nel coliving era la mattina dopo. Quella stanza era la camera più piccola che avessi mai visto. Eppure ero al settimo cielo.
Arrivata, ho appoggiato i bagagli, mi sono docciata e sono uscita a prendermi una pizza (da Domino’s). Poi a zonzo per la città tutta la sera.
La mattina seguente ero davanti al coliving: io, la mia borsa, il valigino, il valigione e l’ombrello. Alle 9 avevo l’appuntamento e alle 9:05 ero già preoccupata di aver sbagliato indirizzo. Più tardi imparai che in Spagna le 9 sono anche le 9:15, le 9:30, o le 10 se ti va male.
Comunque, il coliving era una figata pazzesca. Al piano terra, un coworking condiviso con tutti. Nell’attico, un rooftop con vista Sagrada Familia. L’edificio era un po’ come un residence, con tutti gli appartamenti divisi in due o tre camere. “Le pulizie sono il mercoledì, questa è la chiave della tua camera, per qualsiasi cosa c’è il QR code, benvenuta a Barcellona.”

Nei 12 mesi successivi, ho fatto altri due traslochi: uno verso un monolocale trovato in 24 ore da Facebook sulla Ronda de San Pau (pessima zona, da evitare) e l’altro per tornare nel coliving. Decisi che, finche sarei stata a Barcellona, non mi sarei più spostata.
È vero: Barcellona è costosa. Si tratta di una grande città che è in realtà piuttosto piccola. Se vivi in centro, puoi arrivare a piedi praticamente ovunque. Alla peggio sali in metro, che funziona fino a mezzanotte. Eppure, è un centro internazionale per chi studia e lavora.
Barcellona è dinamica e turistica. Ci sono turisti letteralmente tutto l’anno, oltre a studenti di passaggio per Master o Erasmus, e altre persone che stanno nella città qualche mese o anno per questioni lavorative.
Mettici poi i concerti, l’alta stagione, il clima caldo… Et voilà: l’affitto costa molto più della vita stessa. Di fatto, la spesa, i pinchos o le uscite a bere qualcosa con gli amici non incidono così tanto sul budget mensile.

Di quest’anno mi restano davvero tante esperienze. Tante che a Barcellona mi sembra di esserci da molto più tempo.
Ho conosciuto più persone qui di quante non ne abbia conosciute nei 3-5 anni precedenti. E con una facilità impressionante.
Il bello di questa città è proprio questo: tutti sono qui per conoscere e divertirsi. Poiché la natura di questo ambiente è tanto dinamica, fare nuove amicizie è incredibilmente semplice.
Se sei in un coliving, ti basta lavorare nel coworking due o tre volte a settimana per iniziare a chiacchierare con qualcuno e finire ad una festa improvvisata in casa il giovedì sera.
Se non vivi in un coliving, puoi usare app come Meetup o Bumble per partecipare ad eventi dove l’unico obiettivo è conoscere persone con interessi simili ai tuoi.
Sì, può capitare di ritrovarti in situazioni piuttosto strane utilizzando questi canali di network. Usa la testa. Se l’intuito ti dice no, è no. Vai a casa.

Comunque lo Spagnolo lo sto ancora imparando. D’altronde, anche con la mia coinquilina messicana parlo Inglese, alternato ad uno Spanglish terrificante quando lei mi parla di gossip o io mi sento particolarmente coraggiosa.
Che dire del raggaeton? Direi che è uno degli argomenti più amati da chi, ormai, si considera un locale (più o meno tutti, dopo 90 giorni a Barcellona.) Il raggaeton è uno stile di musica latino-commerciale che puoi ballare praticamente ovunque. Il bello, secondo me, è che riflette molto della personalità di questa città.
Barcellona è viva. La gente ha voglia di vivere. E il raggaeton è il tipo di musica che ti fa venir voglia di salire sul tavolo e iniziare a ballare anche se non sai mettere un piede davanti all’altro. E per come è fatta la gente qui, nessuno ti giudicherebbe comunque.
In inverno: pub e sangria. In estate: playa e raggaeton.

Altri vantaggi come nomade digitale? Le connessioni, i contatti, l’apertura mentale. È davvero facile andare ad una festa ed incontrare altri freelancers e digital nomads. Ed è ancora più facile ritrovarsi il giorno dopo con due o tre computer al bar dell’angolo, a lavorare insieme, tra una chiacchiera e l’altra (perché qui il life-work balance è preso molto seriamente, con una lieve inclinazione verso il life, a scapito del work.)
Insomma, se hai un computer, lavori online, e stai valutando una grande città, Barcellona è un must come esperienza per nomads. Ho amato questa città dal primo giorno in cui sono arrivata. E anche se oggi sto già pensando al prossimo capitolo della mia vita, continuerò a dire che quest’anno è stato ricco di stimoli lavorativi, ispirazione ed emozioni pazzesche.
Nel caso in cui tu decida di trasferirti da queste parti, ricorda: se la festa inizia alle 20, fino alle 20.30 puoi restare in pigiama.

