“Non puoi unire i puntini guardando avanti, puoi solo unirli guardando indietro.”
Ricordo molto bene quella sensazione: seduta al banco della scuola, durante una lezione di storia o matematica, sentendomi totalmente disconnessa dalla realtà. Senti ciò che la professoressa sta dicendo, ma non stai ascoltando. In quel momento, l’unica sensazione è che qualcuno ti stia portando via del tempo.
Ricordo quella sensazione perché, al liceo, mi riempiva di rabbia. Non riuscivo ad accettare come “i migliori anni della mia vita” potessero sfuggirmi di mano tra le quattro mura di una scuola che non sopportavo.
Eppure stavo lì, da brava studentessa, a studiare dalle 14 fino a mezzanotte per prendere i bei voti.
Avevo scelto il liceo scientifico. Sapevo di aver sbagliato. “Ma poi ti apre tante porte!” – Era la frase preferita di chiunque cercasse di convincermi del contrario.
La verità è che avrei voluto fare l’artistico. Ho sempre amato disegnare, scrivere, creare. Ho sempre avuto fantasia, forse ho sempre avuto la testa più di là che di qua a dire il vero. Finito il liceo, avevo una cosa ben chiara in testa: non ero pronta per l’università.

Tra una cosa e l’altra, avevo fatto in modo di non iscrivermi in nessuna facoltà. L’estate passava in fretta e l’unica cosa chiara era che non avevo le idee chiare.
“Papà, voglio andare in Australia.” Ho deciso così, un giorno di fine Settembre. I miei cugini vivevano a Perth e avrei potuto dormire da loro. Così, tre settimane dopo, ero su un volo intercontinentale.
Quei tre mesi volarono e, allo stesso tempo, non passarono mai. Avevo 19 anni e zero idee su cosa fare “da grande.” Eppure, avevo mille interessi. Penso di aver girato tutta Perth a piedi più e più volte, perdendo bus, fotografando i pappagalli e ascoltando audiolibri. Forse tutto è iniziato così.
Mi ricordo benissimo il titolo di uno di quei libri: The Subtle Art of Not Giving a Fuck. Del contenuto mi è rimasto davvero poco, ma il titolo penso sia un libro da sé. In Australia, scoprì quanto potesse essere piacevole prendersi davvero cura di sé. Facevo yoga, pilates, andavo a correre e, assieme ai miei cugini, mi perdevo tra banchetti di avocado freschi e mirtilli appena raccolti dai contadini il sabato mattina. Nel tempo libero continuavo a leggere. Libri sul microbiota, sulla connessione tra intestino e cervello, sulla meditazione…
Un giorno, navigando nel web, trovai un corso intitolato Holistic Health Coach. Si trattava di una certificazione offerta da un’ente Americana. Includeva un percorso come Holistic Nutritionist ed uno come Holistic Wellness Coach. Decisi di iscrivermi.

In realtà passò più di un anno prima di iniziarlo. I miei genitori non erano d’accordo e pensavano che fosse una perdita di tempo e denaro. Ancora una volta, mi sentivo intrappolata.
Ero piccola, sì. Forse avevano ragione loro. Forse stavo solo scappando dalle responsabilità. Forse dovevo “mettere la testa a posto.”
Nel frattempo avevo iniziato a lavorare con papà e sua moglie nel mondo del network marketing. L’azienda mi piaceva, si trattava di nutrizione e benessere. Cercavo di includere quel concetto dell’olistico in tutto ciò che facevo. Eppure in quella veste ci stavo proprio stretta.
COVID, lockdown: tutti a casa. Ero ancora in gabbia. Non ci volevo davvero credere, come tutti, penso. Almeno quel corso l’avevo iniziato: avevo pagato di nascosto dai miei e si erano arrabbiati molto. Ma io ero felice.

Nel primo anno di coaching non combinai niente. Il network marketing mi insegnava tantissimo, ma io mi perdevo in un bicchier d’acqua. Amavo creare meravigliose presentazioni Keynote per i miei clienti o migliorare le slides che papà usava nei webinars. Ma non avevo davvero voglia di stare a parlare con la gente.
Amavo studiare, imparare a cosa servissero le vitamine e i minerali che vedevo sulle etichette dei prodotti. Ma non mi piaceva gestire le obiezioni dei potenziali clienti.
Eppure imparavo, imparavo, imparavo. Assorbivo tutto come una spugna perché, di fatto, ero ancora quella “brava ragazza” che al liceo aveva la media tra l’8 e il 9.
L’anno dopo ero a Tenerife. Ero scappata sull’isola per via del lockdown assieme ad un gruppo di amici: tutti lavorando nel mondo del coaching. Eppure ero triste. Era uno dei momenti più bui che avessi mai vissuto. Avevo la netta sensazione di star giocando alla vita di qualcun altro. Ero insoddisfatta e profondamente frustrata. La gabbia era sempre più grande.

Nel frattempo mi ero iscritta ad un corso chiamato Online Coach Accelerator: un corso di mentorship di 90 giorni che mi era costato tutti i miei risparmi. Chiaramente, anche questo era stato pagato di nascosto dai miei. E, chiaramente, aveva causato non pochi problemi in casa.
Avevo appreso le basi del copywriting, del marketing online sui social media, come strutturare un programma di coaching, come venderlo e come gestire una chiamata di vendita con un potenziale cliente. L’unico problema? Non volevo più essere un coach. Il mio corpo stava cercando di urlare in tutti i modi che poteva. Ero fuori forma, sotto stress, stanca di tutto e di tutti.
Così sono tornata a casa. Ho ammesso a me stessa che non ero felice. Ho accettato che avrei dovuto ricominciare da capo. Ma che poi… Avevo mai incominciato davvero?

Negli ultimi giorni sull’isola però avevo pensato tanto. Volevo solo guadagnare qualcosa per dimostrare che potevo farcela. Non volevo dipendere dai miei, ma non ero convinta di voler tornare sui banchi di scuola. Volevo solo un qualcosa, qualsiasi cosa, che fosse mio.
Una ricerca tira l’altra e in un video su YouTube trovai una risposta: le piattaforme di freelancing. Iscriversi era gratis e tempo da perdere ne avevo. Creai il mio profilo su Fiverr e Upwork, ci spesi un pomeriggio e i miei 3 primi gigs erano pronti.
Il primo ordine arrivò un mese dopo. Da quello in poi, è storia.

